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Home osservatorio territorio ed aree urbane DISCORSI. L'INTERVENTO DI ALESSANDRO GENOVESI AL CONVEGNO NENS DEL 18 NOVEMBRE 2016
DISCORSI. L'INTERVENTO DI ALESSANDRO GENOVESI AL CONVEGNO NENS DEL 18 NOVEMBRE 2016

21.11.16 Di seguito il testo dell'intervento di Alessandro Genovesi al convegno "Manutenzione straordinaria per l'Italia, un'occasione per crescere" che il Nens, il centro studi fondato da Vincenzo Visco e Pier Luigi Bersani, ha organizzato per il 18 novembre 2016 a Roma. 

 

 

Per una questione di tempi toccherò solo alcuni punti tra quelli indicati dal Professor Visco.

  1. I bisogni di un Paese fragile, che possono essere la base – la grande domanda aggregata – per far camminare un vero piano del lavoro ed una programmazione economica degna di tale nome, guardando ad un settore, penso solo alle costruzioni, che ha perso 800 mila addetti tra diretti ed indiretti dal 2010 ad oggi. 800 mila cittadini che non si sono volatilizzati.
  2. Cosa si dovrebbe fare, almeno per grandi linee per rispondere a questa domanda, qualificando il sistema delle imprese e creando “ambienti normativi” all’altezza, sapendo che una politica della prevenzione è economicamente più utile anche ai fini della finanza pubblica, rispetto ad  una politica di interventi post calamità.
  3. Qualche riflessione sul codice degli appalti, ovviamente concentrandomi sulle criticità e non sugli aspetti positivi che pure vi sono e sono diversi.

 

Riflessioni ancor più attuali dopo gli eventi del 24 Agosto e del 30 Ottobre che ci ricordano quanto siamo un Paese strano: siamo un popolo eccezionale per generosità, eppure siamo al contempo un Paese fragile che paga la propria irresponsabilità, l’assenza di rispetto e cura verso il territorio, naturale e costruito.

Convinti che – nella tragicità dell’evento – non basta dire solo “ricostruiamo come era prima” (che come messaggio è giusto), ma dobbiamo ripensare e progettare gli spazi urbani, i territori, il rapporto tra costruito e ambiente, in chiave nuova, per definire anche un nuovo modello di sviluppo, nuove reti e conoscenze per come, quei territori (e l’intero Paese), si vedono da qui ai prossimi 20-30 anni.

La fragilità delle nostre aree urbane è conseguenza non solo delle caratteristiche storiche del policentrismo diffuso, ma anche dei modelli che hanno accompagnato l’industrializzazione del Paese prima, il nascere di un terziario avanzato poi. Sono figlie della rottura tra città e campagna e di tendenze demografiche precise. 

 

Le politiche per la prevenzione ed una manutenzione straordinaria oggi devono avere questo “sguardo lungo”: per tornare ad una qualità della programmazione che nel tempo è venuta meno, sapendo riscoprire una politica di investimenti pubblici diretti ed indiretti (in grado di generarne altri privati cioè).

Partiamo da due fotografie: la prima fotografia riguarda la domanda potenziale, connessa alla fragilità del nostro Paese, dentro scenari tecnologici ed internazionali mutati. Domanda di rigenerazione, di sostenibilità ambientale, di messa in sicurezza, di confort, di salubrità, di nuove funzioni intelligenti. E quindi domanda di nuovo e più qualificato lavoro.

La seconda fotografia riguarda il mondo delle imprese e del lavoro, nel settore delle costruzioni per come è, per quanto sia in grado – senza politiche mirate – di reggere una sfida di tale portata.

Da queste fotografie qualche proposta affinchè le leve della politica economica, gli interventi pluriennali di programmazione (a partire dalla fantomatica Casa Italia), le eventuali risorse economiche e normative (a partire dalla Legge di Stabilità), le possibili leve sindacali (Avvisi Comuni, contrattazione collettiva) siano tutte a disposizione e coordinate dentro un progetto che - mettendo in sicurezza il Paese - sia anche volano per

  1. sostenere quelle imprese e mondo del lavoro che hanno già assunto come tema un nuovo modello del costruire, del progettare, del mantenere;
  2. per aiutare quelle imprese che potrebbero collocarsi in questo nuovo scenario competitivo; 
  3. ed infine che sappia guardare a  quelle imprese che, scegliendo solo la compressione del costo del lavoro, il dumping contrattuale, la zona grigia del regolare/irregolare, è giusto escano dal mercato.

Ovviamente se vogliamo, seriamente, fare i conti con un ciclo economico dove la crescita “too slow for too long”, per dirla con il FMI, ci dice che dobbiamo collocare le scelte economiche  del nostro Paese dentro tendenze internazionali evidenti: invecchiamento della popolazione, distribuzione iniqua del reddito, consumo insostenibile del territorio, tecnologie sempre più pervasive.

Possono sembrare temi lontanissimi da quanto oggi discutiamo, ma non è così: gli scarsi investimenti in ricerca hanno reso più fragile il nostro sistema produttivo, non hanno premiato nuovi materiali, nuove tecniche costruttive, cioè ciò di cui abbiamo bisogno per una manutenzione straordinaria del Paese.

Le tendenze demografiche non sono temi diversi rispetto a cosa fare del patrimonio edile esistente o contro il dissesto idrogeologico.

La redistribuzione ineguale del reddito ha pesato e pesa sulla capacità di investire in adeguamenti della propria abitazione e quartieri. 

La pianto qui, ma ci tenevo a questi accenni per sottolineare come ogni politica per il territorio, assumendo il tema del cambiamento, deve avere questa dimensione, altrimenti ci mancano dei pezzi. Non a caso il recente rapporto del Cresme, correttamente, inquadra quello che ha definito non il “settimo ciclo edilizio”, ma il “primo ciclo dell’ambiente costruito”, come un cambio di paradigma del nostro settore, legato proprio alle nuove domande di confort, sostenibilità, sicurezza.

 

Sapendo che dobbiamo rispondere oggi ad un’esigenza più complessiva: passare da micro domande con micro offerte a nuovi modelli dove si prendono a riferimento dimensioni più grandi, diversificando norme e strumenti in funzione dell’essere area o stabile pubblico (scuola, ospedale), edilizia privata non residenziale (fabbriche, centri commerciali, negozi), edilizia privata storica, beni monumentali, case private “moderne”. Il tutto dentro le strategie COP21 (consumo energetico quasi zero entro il 2021 per i privati, 2019 per il pubblico), dentro la domanda di interconnessione intelligente tra ambiente esterno ed interno (smart city), dentro i nuovi bisogni di popolazioni diverse (per età, cultura, uso degli spazi) rispetto agli anni 60-70, quando fu pensato il 56% dell’ambiente urbano contemporaneo.

Vorrei che LEGGESSIMO I DATI SUL NOSTRO PAESE DENTRO QUESTA VISIONE.

 

Il Ministero dell'ambiente ci dice che i comuni interessati da aree ad alta criticità idrogeologica sono l'81,9% dei comuni italiani. I fenomeni franosi interessano, invece, 1.001.174 abitanti. In 5 regioni il rischio coinvolge il 100% dei comuni. Spendiamo oltre 1 miliardo di euro all'anno da 20 anni per riparare disastri annunciati, dieci volte quanto servirebbe per prevenire. L’Italia è un Paese ad elevato rischio sismico: Il 68% del territorio è esposto a rischio sismico, il 66.8% della popolazione abita in territori sismici (zona 1, 2, 3). Considerando le dinamiche insediative dal 2001 la popolazione in queste aree è aumenta del 4%, il n° degli edifici del 7,6% (altro che riduzione del consumo del suolo).

Dal rapporto ANCE/CRESME, precedente agli ultimi eventi dell’Agosto e dell’Ottobre 2016 si deduce che il costo complessivo dei danni provocati dai terremoti e dal dissesto, dal 1944 al 2012, rivalutato in base agli indici Istat, supera i 240 miliardi di euro. Il costo annuo sostenuto dallo Stato è sensibilmente cresciuto nell’ultimo ventennio passando da 2,8 miliardi/anno fino al 1990 a 4,7 miliardi/anno nel periodo 1991 – 2009 per giungere a 6.8 miliardi/anno dal 2010.

Questa è la base della domanda potenziale.

Domanda che in gran parte potrà essere assolta accompagnando con politiche pubbliche un privato coordinato ed organizzato, ma per diversi aspetti (soprattutto rispetto al territorio e al non costruito) con interventi pubblici diretti, fatto di Agenzie per il Riuso, per il territorio con funzioni anche nuove. Non nuovi carrozzoni, ma agenzie snelle, con ingegneri, geologi, esperti di scienze naturali e agricole, tecnici e operai specializzati. Sul modello tedesco che impiega direttamente come pubblico oltre 150 mila addetti alla manutenzione idro geologica e ambientale.

Passiamo ora alla seconda fotografia. L’attuale sistema delle imprese, così come è, ha le competenze ed i numeri per questa sfida, sta andando tutto nella stessa direzione?

 

Da un recente rapporto Fillea emergono chiaramente tutte le contraddizioni di un settore che la scelta di investire sul nuovo ciclo non l’ha ancora fatta come sistema, lasciando alle singole imprese, più aperte all’innovazione, il compito di “reggere la sfida”.

Nel settore edile (a differenza di quello dei materiali) c’è una concentrazione nelle qualifiche più basse, e anche quando si sale in termini di professionalità a parità con altri settori gli indici salariali sono mediamente più bassi. Il sistema salariale è molto schiacciato, e non si riconoscono/premiano le specializzazioni. 

Sempre in edilizia il rapporto tra opere, loro valore e tempi di lavoro ci dice che la prestazione lavorativa è mediamente più lunga (25° e 50° percentile) ed è inversamente proporzionale al rapporto tra lavoro dipendente ed “investimenti in servizi” e alla percentuale di investimenti “classici” sul fatturato. Cioè dove vi è meno tecnologia o meno organizzazione industriale del cantiere, l’orario di lavoro è più alto soprattutto tra le fasce più basse e meno retribuite.  

Nel 2014-2015 il v.a. aggiunto per dipendente si attestava a 31 mila e 500 euro, molto più basso degli impianti fissi e della media del manifatturiero, i salari orari rimangono fermi, ma al contempo nelle imprese medie in particolare - con la tendenza a salire di scala - il v.a. in relazione a tutti i fattori di produzione sale ed è ben più alto della media. Sono le imprese che si stanno specializzando sul nuovo che alzano la media? Le tendenze ci dicono questo. 

Colpisce, in sintesi, la polarizzazione delle imprese…, come si può dedurre, indirettamente, anche dalla domanda dei nuovi materiali:  250 imprese edili che operano nel mercato nazionale domandano il 38%  dei materiali a maggior contenuto tecnologico della filiera della chimica e della ceramica per l’edilizia, così come 250 imprese edili domandano il 37% dei legni ingegnerizzati, dei giunti metallici flessibili, addirittura 100 imprese edili (al netto delle imprese di istallazioni) fanno il 30%  di tutta la domanda di materiali ad alto valore climatizzante e refrattario.

E se queste imprese operano quasi tutte nel centro nord, se il lavoro nero o la crescita abnorme di p. Iva sottopagate al Sud sono ancora più competitive dello stesso sistema dei bonus, pensiamo veramente che non ci sia nessun nesso?

Per queste ragioni pensiamo che l’unica “politica industriale” per rispondere alla domanda potenziale e per attrezzare il “sistema” deve essere pensata come una serie di leve integrate: 

  1. tenendo insieme prevenzione del dissesto idrogeologico, sismico e qualificazione energetica e degli spazi, anche eventualmente attraverso un’unica unità di missione (Presidenza del Consiglio – Mit, Mise, Ambiente, Regioni e Anci, per avere quella CABINA DI REGIA UNICA che finora è mancata).  Un primo compito potrebbe essere la Mappatura del patrimonio edilizio dal punto di vista dei problemi statici da far confluire poi nella Strategia per la riqualificazione energetica (STREPIN prevista da dlgs. 102/2014), così da avere un’unica mappatura plurilivello del costruito. Potrebbe poi affrontare il TEMA DEL REGOLAMENTO EDILIZIA TIPO (legge 164/2014). Serve un modello omogeneo per semplificare e avere definizioni univoche in materia di prestazioni energetiche e antisismiche (questo emerge anche dall’analisi di 1251 regolamenti edilizi, fatta recentemente da Legambiente). E magari con l’occasione superare, per i condomini,  la distinzione figlia dei tempi (la legge è la 457 del 1978) tra manutenzione ordinaria, straordinaria e ristrutturazione edilizia, che ovviamente non contemplava gli interventi di retrofit energetici ne la messa in sicurezza antisismica di portanti e tetti (questo rafforzerebbe anche la strategia sui condomini);
  2. tenendo insieme politiche per la riqualificazione e rigenerazione del costruito con le politiche di riduzione del consumo del suolo. Occorre cioè andare verso un mix di soluzioni progettuali, impiantistiche, tecnologiche, di isolamento, di ridefinizione degli spazi comuni esclusivamente sul costruito, senza escludere in alcuni casi la demolizione e ricostruzione;
  3. individuando le risorse e gli interventi di sistema, sia quelli strategici che quelli più a breve termine (come correttamente sta facendo la legge di stabilità per il 2017), incentivanti una “cultura dell’abitare bene”.

Le nostre proposte in dettaglio:

FONDO NAZIONALE: per favorire la cessione crediti all’impresa, con strumenti finanziari, trasparenti e tracciabili.  Se fossimo in un Paese normale, ritengo che gli attuali strumenti (cessione del credito) potrebbero bastare. Le imprese potrebbero/dovrebbero farsi carico del rischio di impresa e della liquidità iniziale (contando su un rientro di circa l’80% del valore) e il sistema Bancario (con il costo del denaro così basso se non negativo) dovrebbero concedere liquidità senza problemi, avendo il rientro in 5 anni (come un BOT di medio termine). Ma… NON SIAMO UN PAESE NORMALE. Le imprese sono troppo piccole e troppo sotto capitalizzate e il sistema Bancario tra rischio di investimento e aiuto familistico dimostra di essere più propenso al secondo. Per questo, d’accordo con l’intervento della CNA, penso che occorre certo rafforzare lo strumento delle Esco per l’energia, ma anche la bancabilità dei crediti privati per cessioni ad imprese edili. Si può fare un accordo tra Governo, CDP, ABI per favorire le imprese edili a poter prendere i crediti ceduti?  Cosa impedisce che un eventuale fondo di garanzia, possa svolgere funzione di ultima istanza per il sistema bancario che accetta di contabilizzare in crediti alle imprese, il credito privato ceduto dal condomine, sapendo che il rientro avviene in 5 anni (come un BOT a breve termine e con il costo del denaro negativo)?

Guardate senza questa spinta, rischiamo che anche le diverse positività previste nella legge Finanziaria, in termini di bonus per le ristrutturazioni, rischiano di avere effetti limitati. Detto questo bene la conferma per le ristrutturazioni, con una positiva modifica delle percentuali per risparmio energetico e per bonus sismico, con diversificazioni in proporzione al miglioramento - energetico o di classe sismica - degli edifici. Bene l’allargamento anche alle zone sismiche 3. Importante aver reso strutturale il credito a 5 anni per gli interventi su condomini e di aver messo “dentro il bonus” anche le spese per la certificazione sismica (primo passo per poter chiedere che il Fascicolo del Fabbricato sia dentro le spese rimborsate). Positivo l’allargamento anche al sismico della possibilità di cedere crediti (per affrontare il tema degli incampienti), con una rientro in 5 anni e non più in 10. Finalmente si rafforza sull’ energetico il controllo ENEA (e chiediamo che tale principio del controllo ex post sia poi esteso all’anti sismico), questo per controllare il mercato dei certificati bianchi oggi, del fascicolo domani. 

Ora servono però due atti per poter far partire bene il “nuovo motore”: introdurre il  “Libretto unico del fabbricato antisismico, energetico e del rumore”, ad opera di professionisti abilitati. E creare un sistema (noi proponiamo di usare un Fondo di Garanzia, ma siamo aperti ad altre soluzione) per favorire realmente la cessione dei crediti e accelerare i conferimenti in caso di condomini. 

 

Sulla cessione dei crediti ho detto. Permettetemi di spendere qualche parola in più sull’OBBLIGO DEL LIBRETTO UNICO DEL FABBRICATO (o FASCICOLO) in questa legge di stabilità dobbiamo avviarne la sperimentazione almeno in caso di compravendita di immobili, con penalità economiche (multe) per venditori, acquirenti ed intermediari/notai o con la nullità dell’atto. Tra l’altro sarebbe a costo zero per le finanze pubbliche e potrebbe, appunto, essere inserito tra le spese detraibili fiscalmente in caso di bonus. Sarebbe una scelta non solo in termini di incentivazione reale all’utilizzo dei bonus, ma una grande operazione di cultura civica e di “mappatura”;

 

INVESTIRE SU RICERCA ED INNOVAZIONE NEI MATERIALI: occorre incentivare la ricerca applicata sui nuovi materiali (dai legni ingegnerizzati ai nuovi materiali metallici fino ai nuovi composti cementizi e alle tamponature in laterizio) che, per l’alto tasso di resistenza/flessibilità meccanica o per la minora massa, sono di per sé a maggior impatto anti sismico. E soprattutto hanno costi al metro quadrato più bassi. Si tratta allora di agire premiando le Università (premialità nei trasferimenti pubblici) e le imprese che stanno investendo in brevetti sui nuovi materiali. Queste spese potrebbero essere equiparate ai super ammortamenti per il digitale (perché anche questo è il “nostro digitale”);

 

LEGALITA’, TRASPARENZA, VALORIZZAZIONE DEL LAVORO: ogni politica che punti alla qualità deve fare una scelta chiara a favore di un mercato del lavoro sano. E qui possiamo, con Avvisi Comuni ad hoc, con interventi in sede di CCNL, usando il sistema bilaterale, già decidere alcune cose che andrebbero in queste direzione:

  • escludere i voucher dal settore dell’edilizia, non solo negli appalti;
  • prevedere il Durc per congruità per tutti i lavori pubblici o che godono di un’agevolazione pubblica, compresi quindi i beneficiari dei bonus energetico e antisismico;
  • riconoscere il contratto collettivo dell’edilizia e più in generale “il contratto di cantiere” al fine di garantire ai lavoratori le migliori condizioni normative, salariali e soprattutto di sicurezza, estendendole alle stesse P.Iva. 
  • ripristinare la durata del Durc a livello trimestrale;
  • rafforzare la qualità di impresa, attraverso il meccanismo della “patente a punti”, al fine di favorire le imprese che più investono in sicurezza e salute.

Il tutto anche agendo sull’Ape Agevolata. Può sembrare un tema avulso da questa discussione, ma se vogliamo favorire concretamente un ricambio generazionale nel nostro settore puntando ad una forza lavoro più istruita, con migliaia di tecnici giovani in grado di sostenere il “cambio di ciclo tecnologico”, non è possibile che l’accesso all’Ape Agevolata l’abbia l’operaio edile con 36 anni di contributi e con 6 anni continuativi. Perche di fatto non ve ne sono. Mai come oggi invece favorire tale ricambio oltre a rispondere ad un principio di giustizia (i lavori non sono tutti uguali) si sposerebbe con una maggiore qualità per il nostro settore. 

Infine una riflessione sulle risorse necessarie. Le stime relative al fabbisogno di una politica per la prevenzione variano dai 90/100 miliardi ad oltre 250/280 (in funzione di quante aree sismiche e a rischio idrogeologico coinvolgiamo, dal tipo di edilizia privata o pubblico).

Ma è del tutto evidente che qualsiasi livello di risorse, nell’arco dei prossimi 15/20 anni, anche dell’ordine di 4-5 miliardi l’anno, avrebbe un effetto sulle finanze pubbliche assai più positivo dei costi per la ricostruzione (il moltiplicatore di risparmio di un euro speso in prevenzione è tra 3 e 4 volte, rispetto al costo per la ricostruzione). 

Si aggiunga infine l’impatto diretto ed indiretto in termini di maggiori occupati e maggiori entrate fiscali (da parte delle imprese e dei consumatori).

Vi sono possibilità evidenti di utilizzo dei Fondi Comunitari e Nazionali già previsti nei vari accordi con Regioni e grandi aree metropolitane. Le risorse ci sono: il punto è passare presto dalla progettazione all’esecuzione. Su questo non mancherà il nostro stimolo a livello locale, anche per sostenere “forzature” necessarie. Perché casi per cui, per limiti burocratici, le cose non si fanno, non è più tollerabile.  

Non è, poi, rinviabile una modifica della distribuzione dei Fondi europei su infrastrutture e ambiente. Una redistribuzione che tenga conto della strutturale maggiore vulnerabilità dell'Italia al rischio sismico: l'Italia è l'unico paese con l'80 per cento di rischio sismico dei 17 paesi dell'euro.

Così come non è più rinviabile una rivisitazione del Fondo di solidarietà europeo, oggi esclusivamente finalizzato agli interventi post-calamità (monitoraggio, soccorso, costi d’emergenza di breve termine) e non per la prevenzione degli stessi. 

In aggiunta occorre valutare l'ipotesi  che almeno una parte delle spese di ricostruzione (in particolare per le infrastrutture, per l’edilizia ad uso produttivo, per la tutela del patrimonio culturale) siano riconosciute dalla BEI (Banche Europea per gli Investimenti) come cofinanziamento ad interventi produttivi a tutti gli effetti (vi sono al riguardo importanti precedenti in Germania e Francia). 

 

Infine il Codice: QUI PERMETTEMI DI FARE IL SINDACALISTA DI PROVINCIA.

Il tentativo di semplificare, di dare velocità figuriamoci se non è condividisibile e il tentativo di provare ad aggredire alcune contraddizioni del nostro sistema lo è di più: dai danni del general contractor, alle grande imprese che devono avere sempre meno avvocati e sempre più ingegneri, dal tema della certezza dei tempi a quello della maggiore trasparenza. Lo ha detto bene questa mattina il professor Satta. Non lo riprendo, condivido la sua analisi punto per punto. Così come condivido l’appello a fare presto e bene, in termini di qualificazione delle stazioni appaltanti pubbliche, anche nel rapporto costruttivo di “vigilanza collaborativa” come la definita Cantone, cui opera è sicuramente meritoria in questo senso.

Poi però – ed ora l’occasione ce la fornisce la cabina di regia ed i decreti correttivi per metterci mano -  il “diavolo si nasconde nei dettagli” e la manina di qualche lobby fa danno agli interessi generali. Mi rivolgo al Ministro Del Rio che so che la pensa in parte come noi. 

Guardando ai lavori (e non ai servizi)

  1. l riferimento al contratto collettivo nei servizi ad alta intensità di lavoro parla del contratto collettivo  firmato dalle organizzazioni sindacali maggioramene rappresentative cha da le migliori condizioni ai lavoratori. Negli appalti di lavoro il riferimento è solo ai CCNL, senza le migliori condizioni. Ora questo alimenta la pratica già in uso per cui nei cantieri non si applica solo il CCNL dell’edilizia che è l’unico che prevede costi aggiuntivi per esempio per la sicurezza e la formazione che vuol dire: 16 ore obbligatorie per tutti, che vuol dire DPI dati dalla Cassa Edile, che vuol dire RLST che gira per il cantiere. Tanto da arrivare al paradosso che – legittimato dal MIBACT – per esempio negli appalti pubblici per il restauro tra cui cito il duomo di Napoli o il Portico d’Ottavia a Roma si è applicato il CCNL ARI-UGL, 200 euro sotto i minimi contrattuali e senza versamenti in Cassa Edile. O ancora cito che ¼ dei morti sui cantieri nel 2015 avevano il CCNL metalmeccanico o altro non edile (compresi 2 dei 4 morti sulla Salerno Reggio del 2015. L’amico Speranza si ricorderà dell’incidente mortale in galleria Renazza, dove poi facemmo il 1 Maggio, CGIL, CISL e UIL Basilicata). La giungla dei cantieri, la qualificazione di impresa passano anche da qui
  2. Le soglie per il ricorso al massimo ribasso. Ora nessuno ne rivendica la paternità. Ad un recente convegno con Del Rio addirittura l’Ance (sempre il Dott. Bianchi) dice dovrebbe sparire. Peccato che quando il Parlamento nel proprio parere aveva detto 500 mila euro, il risultato è stato portarlo ad un milione. A questo punto però propongo una via di mezzo. Se non è possibile ridurre la soglia del milione, almeno estendiamo alle gare al massimo ribasso il DURC per congruità previsto dall’articolo 105 per i sub appalti. Cioè introduciamo il principio della congruità per evitare concretamente il ricorso a ribassi sul costo del lavoro declinato anche in ore/uomo (questa è la congruità). E magari con l’occasione prendiamo atto che aver portato il DURC a 6 mesi di validità sta facendo aumentare i contenziosi per attuare la responsabilità in solido. Riportiamolo a 90 giorni così che ad ogni SAL si deve verificare prima di pagare la regolarità al momento, non 6 mesi prima, soprattutto rispetto ai sub appalti.
  3. Infine voglio approfittare di questa sessione per dire la nostra posizione sulla vicenda delle concessiorarie autostradali. Dove si sta commettendo un doppio crimine: si sta destrutturando uno dei pochi settori industriali del nostro mondo e si sta dando copertura alle imprese più spregiudicate di usare il Codice, i suoi buchi, per licenziare 500 persone (a cui sono già arrivate le lettere di licenziamento) e da qui a marzo altre 3000. Non a caso lo sciopero e le manifestazioni del 16 ottobre scorso le abbiamo fatte sotto Gavio, sotto Autostrade per l’Italia. Perché ci è chiaro chi sta facendo cosa. Ma aver introdotto l’obbligo di esternalizzazione l’80% dei servizi e lavori, senza specificare che la progettazione e la manutenzione ordinaria strettamente connesse alla concessione sono fuori, è una cretinata, e la stanno usando anche contro lo spirito riformatore del Codice stesso.

 

E’ una cretinata anche giuridica: perché nessuna direttiva comunitaria impone tale obbligo che tra l’altro viola l’articolo costituzionale sulla libertà di impresa che potrà essere libera di svolgere questi lavori in house (e non a caso in nessun Paese d’Europa c’è questa norma ne procedure di infrazione contestate). Ed è una cretinata industriale: perché veramente pensiamo che decine di piccole imprese con 4-5 dipendenti potranno prendersi la manutenzione di migliaia di KM di autostrade garantendo la qualità delle grandi, le professionalità, i tempi celeri di pagamento dei fornitori? Guardate sto parlando della nostra sicurezza sulle strade, della qualità dei manti stradali, delle rampe, degli svincoli, ecc. Fosse stato chiesto uno sforzo per immettere sul mercato le opere edili accessorie, le nuove opere compensative, avrei potuto anche accettare lo scambio politico con l’Ance e gli artigiani, ma la manutenzione ordinaria no.  Su questo si tratta allora di fare presto e di convincere l’ANAC, perché non so se i tempi delle norme di correzioni ci permettano si salvare queste 3 mila famiglie, di dare l’unica interpretazione di buon senso: che la progettazione e la manutenzione ordinaria sono fuori dall’obbligo dell’80-20. Lo dico anche nell’interesse del Codice stesso: dobbiamo togliere l’alibi alle aziende concessionarie di fare una operazione di macelleria sociale scaricandola sul MIT e sul Governo. Anche per togliere il sospetto che una manina lobbystica valga più degli accordi fatti da un Ministro della Repubblica con i sindacati. Voglio essere più chiaro: noi avevamo fatto un accordo unitario con il MIT che dava questa stessa nostra interpretazione. Quell’accordo si tradusse in 2 paroline “ direttamente eseguiti” che nel testo entrante a Palazzo Chigi c’erano. Poi qualcuno, non mi ricordo se Palazzo Chigi o l’Anac, disse che era inutile specificarlo perché era scontato. Tanto scontato non doveva essere (e non è) se poi tutti si sono affrettati a smentire questa interpretazione e a far partire centinaia di lettere di licenziamento. 

 

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